Leros by KaliParos

Cartoline da Leros

In questi giorni sono coinvolta in un contest fotografico dedicato interamente all’isola di Leros, una delle tre che -assieme a Paros e Lipsi- trattiene pezzetti del mio cuore.

Tantissimi gli scorci che mi hanno emozionata, per cui non è stato semplicissimo scegliere una foto per me rappresentativa dell’isola.
Alla fine, il ricordo di quello sterrato in motorino, la scoperta di un luogo completamente nascosto e deserto, la vista di quell’immensa distesa dorata con una candida chiesetta in centro, hanno fatto breccia nei miei ricordi, ed è questa la foto con cui ho deciso di partecipare al concorso.

Leros by KaliParos

Ma perchè proprio Leros?
Perchè è stata la meta del mio primo viaggio in solitaria, e per me ha un valore emotivo inestimabile.
Perchè mi ha affascinata con la sua bellezza semplice e al tempo stesso selvaggia.
Perchè dopo la prima volta, nel 2014, sono tornata -poi- sull’isola in compagnia di mio marito altre due volte (nel 2015 e nel 2017), e quest’anno è prevista una quarta volta.
E se vincessi il contest, il ritorno sull’isola sarebbe più semplice, dato che in palio ci sono dei biglietti di andata e ritorno!

E, allora, se vi piace la mia foto, se il diario che state per leggere sarà in grado di suscitarvi delle emozioni e la curiosità di visitare l’isola, se avete voglia di farmi rivivere l’isola una quarta volta, per aggiornare anche i miei appunti di viaggio, non vi resta che votarla a questo link!

Perché scrivere su Leros addirittura un intero diario di viaggio, diviso per giorni?
Perché non si può tacere su questo micro paradiso… non si può lasciare che in questo spazio virtuale, definito etere, dove la gente conia parole come “selfie”, si dichiara appassionata di zumba e crossfit e digiti parole come topinambur, non scopra l’autenticità e la bellezza di un’isola che…

“A sud della testa, a nord della pancia e ad ovest della gola…
proprio lì: dritto al cuore…
è qui che si trova Leros, al centro del Dodecanneso, ai confini del Mediterraneo e alle soglie del sorriso”
(cit. Ambra e Davide, Il Canto delle Cicale)

Leros vuol dire Ambra e Davide, vuol dire passione condivisa, vuol dire sogno che si avvera. 
Ambra e Davide sono due miei colleghi di lavoro che hanno avuto la voglia e il coraggio di far si che quella terra di vacanza diventasse “casa”.

Perché la Grecia è così: ti stravolge con i suoi paesaggi, ti stupisce con i suoi odori e ti conquista con il ritorno ad una semplicità disarmante. 
E la famiglia di Ambra si è arresa a tutto questo, coinvolgendo pure quella di Davide e tutte le persone che, di proposito o per sbaglio, si siano trovate a transitare in quella striscia di terra poco più a ovest della Turchia.
Quasi a capitarci per sbaglio, come naufraghi di una nave alla deriva, per decidere, poi, di viverci per sempre. 
È la magia di Leros… il sortilegio per cui persone come Franco, Franca e i loro innumerevoli amici italiani si siano trovati per sbaglio a mettere piede su un’isola a primo impatto impervia, senza più avere il coraggio di lasciarla. 

la magia di Leros… il sortilegio per cui persone come Franco, Franca e i loro innumerevoli amici italiani si siano trovati per sbaglio a mettere piede su un’isola a primo impatto impervia, senza più avere il coraggio di lasciarla. 

Leros è Franco, che parla perfino il dialetto del posto e gira in decappotabile salutando tutte le persone sull’isola come fosse uno di loro.
Leros è Franca, sua moglie, che si occupa di una casa dai muri bianchi, le finestre azzurre e un panorama che vorresti poter non dimenticare mai (Il Canto delle Cicale). 

Leros è un gruppo di super professionisti italiani in vacanza, che rinunciano alla propria professione pur di acquistare casa e trasferirsi in questo punto del mondo.
Leros è Ambra, cui papà Franco e mamma Franca hanno regalato un pezzo di terra per iniziare a costruire il suo sogno.
Leros è Davide, che ha scelto di amare Ambra e le sue passioni.
Leros sono Anna e Angelo, che hanno scelto di seguire il figlio Davide, la nuora Ambra e i consuoceri in questa folle avventura greca. 
Leros è il turista inglese che vi attracca decenni fa con la fidanzatina dell’epoca, e finisce per tornarci solo, acquistarci un terreno e fare di questa isola la sua casa.  
Leros è Foti, Dimitris, Spyros.
Leros è un puntino nell’Egeo, dove il sorriso e l’accoglienza sono sempre di casa. 

7 giorni a metà giugno, ferie in solitaria: a Francesco hanno cancellato il piano ferie, a causa del trasferimento a Londra.
Che faccio? Rinuncio pure io alle ferie? Parto sola? Dove vado?
Non ho mai fatto viaggi in solitaria, e la sola idea mi terrorizza parecchio. 
E se succede qualcosa? E se mi perdo? E mangiare in solitudine al tavolo del ristorante? Che brutta roba, fatto già altre volte con un senso di angoscia senza fine. 
Eppure ci sarebbe quell’isoletta nel Dodecaneso, a casa di Ambra e Davide… chissà che anche loro a Giugno non siano li a trascorrere le loro ferie. 
Contatto subito Davide, che purtroppo mi comunica la loro assenza per quel periodo, ma mi incita comunque ad andare, affidandomi alle cure e alla presenza costante di papà e mamma De Gennaro. 
Sono indecisa, non so se ne valga la pena.
Mi tuffo su internet e mi perdo nella seppur pochissima quantità di diari di viaggio su quest’isola, dipinta come una brutta copia delle più famose e poco distanti sorelle cicladiche. 
Sembra quasi che arrivare a Leros sia uno sbaglio legato ad un inconveniente, più che ad un’attenta pianificazione del viaggio… e inizio a pensare che i miei colleghi siano dei pazzi ad aver investito nel progetto di una casa in un’isola che sembra dimenticata da tutto e da tutti.
Cosa diavolo ci vado a fare una settimana in un’isola invasa dagli Italiani durante la guerra?
A visitarne le costruzioni in stile liberty e ormai abbandonate? 
E quelle spiagge di ciottoli e un mare, a detta di alcuni, così poco significante?
Non penso che Leros possa essere la destinazione del mio viaggio, ma non riesco a pensare ad una valida alternativa per questi giorni in solitudine, così decido di prenotare volo e camera. Mal che vada, passerò 7 giorni a leggere qualche buon libro nella jacuzzi appena installata da papà Franco. 

Ancora oggi mi chiedo cosa possano aver visto gli autori di quei diari di viaggi così atroci su questa, invece, splendida isola ancora selvaggia.
Probabilmente cercavano il fasto di Santorini e la vita notturna di Mykonos, imbattendosi -invece- nell’autenticità di una vita isolana fatta di campi, chiese, taverne in riva al mare e ouzo. 

GIORNO 1:
Partenza da Bergamo con Ryanair. 
Se meditate di raggiungere Leros in aereo da Atene (come ho scelto di fare io), avrete un volo al giorno in tarda mattinata con la Olympic, perciò dovrete prendere da Milano il primo volo del mattino… 
Una volta ad Atene, mi posiziono accanto a quello che sarà il gate del mio prossimo volo e, come in tutti gli aeroporti civili del mondo (tranne quello di Malpensa), attacco il telefono alla presa di corrente e inizio ad usufruire della connessione gratuita per 60 minuti. 
Nel frattempo, le hostess al gate mi si rivolgono con frasi incomprensibili e io semplicemente annuisco: è l’inizio di una vacanza in cui, spesso, verrò scambiata per greca dalla stessa gente del posto, rimpolpando di autostima il mio antenato ego ellenico, e nutrendo ulteriormente le mie tesi su probabili reincarnazioni in vite a strisce bianche e blu. 

Scoprirò molto presto di essere, inoltre, l’unica italiana a bordo dell’aeroplanino della Olympic diretto a Leros, circondata da Ateniesi in vacanza e gente del posto. 
Il viaggio è emozionante: miriadi di isole si sparpagliano sul mare sotto ai miei piedi; gioco ad indovinare, e mi sembra di scorgere il profilo della mia amata Paros e delle vicine Mykonos e Naxos. 
Dopo un’ora di volo, approcciamo la pista del piccolo aeroporto di Leros, e dai finestrini mi sembra di scorgere il fastidiosissimo Meltemi.
L’ansia di una vacanza in motorino perseguitata dal Meltemi e la lettura di orridi diari di viaggio sull’isola rendono il mio atterraggio ancora più perplesso: cosa ci faccio in questo posto dimenticato da tutti?
Entro nell’atrio del minuscolo aeroporto dell’isola, e vengo approcciata da un signore dal simpaticissimo accento napoletano: è così che incontrerò Franco, il papà di Ambra, che mi accompagnerà nel fantastico mondo di quest’isola.
Mentre salgo sulla decappottabile, mi rendo conto che quello del Meltemi era stato solo un falso allarme: sull’isola spira un venticello tutt’altro che ostico, che aiuterà a sopportare le temperature in costante aumento di questa mia parentesi d’estate.
Il primo tour dell’isola, dall’aeroporto (localizzato nella parte settentrionale) fino alla zona più centrale, mi accompagna attraverso uno stato d’animo ancora confuso.
La struttura che ospita la loro casa è meravigliosa: si trova nella zona di Krithoni, in una collinetta che domina tutto il lungomare di Alinda, fino a Panagies. 

Il bianco candido delle mura, l’azzurro pastello degli infissi, le piante di bouganville, gli alberi di ulivo, i prodotti dell’orto, la veranda che ospita il forno a legna e il barbecue, il terrazzo della mia camera da letto, il piccolo bancone del bar adiacente alla jacuzzi vista mare… sento il profumo della natura intorno a me, respiro quell’aria, assaporo le olive di mamma Franca e studio avidamente la mappa che mi mette davanti. 

Sono eccitata e frastornata, non riesco a togliermi di dosso questo senso di inquietudine.
Franco mi accompagna a noleggiare il mio migliore amico per i prossimi 6 giorni: uno scooter 50, alla modica cifra di 10 euro al giorno, e inizia così l’esplorazione dell’isola. 

E’ da tanto che non salgo su un motorino; a Siracusa era praticamente il mio mezzo di locomozione, prima che superassi del tutto la fobia della macchina.
Non ho mai dimenticato, però, quel senso di libertà che solo una gita su due ruote riesce a regalarti: l’aria in faccia, i capelli sciolti, il cambio di rotta praticamente immediato, il parcheggio selvaggio. 
Mi dirigo verso la parte ovest della punta meridionale dell’isola; attraverso Merikia (dove si trova il museo della guerra), e proseguo per i tornanti che profumano di erbe selvatiche.
Seguo le indicazioni per Capo Katsouni, ma lo sterrato che imbocco è poco consigliabile a bordo di un due ruote, e decido di riprendere la strada principale. 

Davanti ai miei occhi, scorci di un mare limpidissimo; avvisto una chiesetta quasi sepolta dalla strada soprastante, vado ancora più avanti e mi fermo davanti ad un cancelletto in ferro battuto semi accostato, che porta davanti l’ingresso di una piccola chiesetta. Una mamma e i suoi bimbi hanno appena acceso una candela, e mi raccomandano, nella loro lingua, di richiudere il cancello quando avrò terminato la mia visita. 
Salgo sullo scooter, e al tornante successivo ritrovo la stessa mamma con gli stessi bimbi fermi presso un’altra delle chiesette sulla strada: evito di fermarmi, non voglio certo passare per stalker, ma la donna mi avvista e accenna un sorriso come per salutarmi nuovamente. 

Al tornante successivo mi trovo dispersa letteralmente nel nulla: la strada finisce, c’è uno spiazzo sterrato in cui lascio il mio bolide, e provo ad avventurarmi poco più in alto per fotografare uno stupendo tramonto. 
Il persistente dolore al fianco che da qualche settimana mi fa da fido compagno  (senza un perché) inizia a farsi insistente: abbandono il proposito della scalata e torno verso lo scooter, rimettendomi in marcia verso la chiesetta avvistata poco prima, sotto al tornante. 

Apro il cancelletto posto all’ingresso e scendo la scalinata che mi porta davanti questa chiesa dalla cupola rossa: foto di rito, e via sopra al bolide in cerca di un scorcio per foto panoramiche e selfie da urlo.
Sulla strada scorgo diverse panchine, scelgo la mia e piazzo sopra la sella del motorino la mia macchina fotografica nuova di pacca.
Me l’ha regalata Francesco per Natale, ma non ho ancora avuto molto modo di utilizzarla, se non per qualche scatto primaverile nei giorni di riposo.
Questa è la prima vacanza in sua compagnia, e finalmente potrò cimentarmi negli effetti sfocati, giocando con profondità di campo e tempi di apertura dell’otturatore…
Se non fosse che una folata di vento sbatta impietosamente la mia macchina dal suo tremolante piedistallo proprio durante uno scatto…
Monitor spento, obiettivo bloccato in posizione aperta, rumori di fondo e… macchina fotografica fuori uso per il resto della vacanza!
Sono nervosa, ho voglia di tornare al mio rifugio per capire bene cosa sia successo alla mia macchina, non posso credere che a sole 2 ore dal mio arrivo sull’isola io abbia già combinato qualcosa di cui pentirmi. 
Franco accoglie la mia faccia funerea, e con tutta la calma di questo mondo prova ad analizzare obiettivo e lenti, senza risultato. 
La macchina è ancora in garanzia, qualora decidessi di farla aprire qui sull’isola perderei qualsiasi diritto.
Decido, mestamente, di proseguire la vacanza col mio iPhone 5C, e Franco inventerà, per me, un piedistallo su cui poggiare l’aggeggio per autoscatti da brivido!

Per la sera, gli strepitosi coniugi De Gennaro mi propongono una cena in compagnia dei loro amici italiani sull’isola, in un ristorantino di fronte al mare di Gourna, da cui prende -per l’appunto- il nome (Taverna Gourna): ordiniamo una sequenza infinita di antipasti che, da soli, si rivelano sufficienti a darti un assaggio della cucina locale e a toglierti il senso di fame. Servizio molto amichevole… come dappertutto, sull’isola.

Mi raccontano, così, di questo gruppo di persone conosciute nel corso degli anni, sbarcati a Leros un po’ per caso, un po’ per sbaglio, proprio come loro, e innamoratisi al punto da aver subito l’incantesimo dell’isola che, ogni anno, li attrae nuovamente a sè.
Qualcuno ha comprato casa, esattamente come loro; qualcuno affitta per il periodo estivo; qualcun altro ha, addirittura, mollato la propria attività professionale per trasferirsi in pianta stabile in questo piccolo paradiso ellenico. 
Nessuno di loro riuscirà a spiegarmi in maniera razionale cosa li ancori in maniera così radicale a quest’isola: è come se, ad un certo punto, scattasse un qualcosa cui non si riesce a sfuggire.
Sono curiosa di sapere se la magia del posto riuscirà ad abbattere le mie difese, ancora troppo alte.
La compagnia è piacevole, il cibo delizioso, simpaticissimo anche Foti, che prova in tutti i modi ad attrarre la mia attenzione (e Franco a ripetergli che io sono già impegnata)… ma mi sento ancora sola in un posto che non conosco, ho appena rinunciato alla mia macchina fotografica e vorrei tanto condividere tutto ciò con il fidanzato che, invece, è rimasto in Italia. 
La sera, rientrando in camera, mi lascio stupire dalle luci in lontananza di Alinda, e dai rumori della campagna circostante. 
Posso solo sperare che il vento, adesso più insistente, smetta di soffiare almeno per l’indomani, consentendomi di attraversare quelle acque alla scoperta delle isole circostanti.

GIORNO 2:
Domenica, fuori c’è il sole.
Franca mi aspetta nella splendida veranda per una colazione a base di yogurt e miele, biscotti, spremuta d’arancia e una fetta di dolce locale. 
Valutiamo insieme lo stato del vento, sembra sia andato scemando rispetto alla sera precedente.
Decido di fare un salto al porto di Agia Marina per verificare la partenza in orario del Barbarossa. 

Il Barbarossa è una barca di gente dell’isola, che organizza quotidianamente escursioni verso le isole vicine. 
La partenza è, solitamente, intorno alle 11 per fare scalo in alcune spiagge dell’isola di Leros, o in spiagge di isole vicine. A bordo ti preparano uno spuntino a base di feta e olive, assieme all’immancabile ouzo. L’ultima escursione del giorno prevede, poi, la sosta presso una delle isole più grandi: giusto il tempo di un pranzo o una veloce escursione alla chora.
Alle 18 si rientra a Leros.
Il programma delle escursioni viene esposto la sera prima nella lavagna posta davanti al molo cui attracca la barca, nella piazzetta di Agia Marina. 
L’escursione di questa domenica mi ispira particolarmente: in più, il vento è dalla nostra parte, e il mare si presenta come una liscissima tavola.
Chiedo alla ragazza che fa i biglietti di aspettarmi un secondo, giusto il tempo di reperire al volo una crema solare in uno dei market della piazzetta. 
Il dolore che, da giorni, mi porto sul fianco ho provato a trattarlo anche con degli appositi cerotti anti contrattura, che mi hanno solo lasciato delle piccole ustioni locali, a seguito dei vari strappi. 
Per evitare, quindi, di mandare in necrosi definitiva la mia pelle decido che sia meglio munirsi di crema a protezione solare, da spalmare ripetutamente proprio su quella zona: il risultato, al termine della vacanza, sarà un’abbronzatura perfetta e dorata… insomma, cioccolatosa… ad eccezione di quella zona lì, che più che una barretta Nestlè sembrerà uno smunto caffè latte.
Alle 11 esatte si salpa, direzione Aspronissi: un piccolissimo isolotto in direzione nord rispetto a Leros, esattamente a est di Lipsi, il cui nome evoca bianchissimi litorali di sabbia composta da frammenti di rocce in decomposizione.

Un incanto della natura: sembra il set cinematografico dei principali documentari sulla natura, talmente in contrasto il colore bianco della sua costa e il verde scintillante dell’acqua che la circonda. 
L’isolotto è, in realtà, composto di due parti, come fossero due faraglioni: sopra ad uno brucano indisturbate delle caprette. 
Resta un mistero capire come possano spostarsi, da quel punto in mezzo al mare, una volta terminato il loro pasto. La domanda del giorno sarà: ma le capre nuotano?

Mentre mi interrogo su un qualcosa cui, più tardi, Google darà risposta (si, le capre sanno nuotare! Ma qui, secondo me, si contendono il primato con Ian Thorpe), i miei compagni di avventura iniziano a decidere il da farsi: chi scatta foto a questo splendido paesaggio; chi non perde un minuto ed è già in acqua, diretto alla splendida spiaggia di sassi bianchi; chi inizia a patire il mal di mare (e siamo solo alla prima delle tre tappe previste!); chi si rilassa guardando gli altri nuotare giù dalla barca.
Sono l’unica italiana, non ve l’ho detto: a bordo è presente una comitiva di simpatici vecchietti ateniesi, ospiti di uno dei resort di lusso dell’isola.
E il manager dell’hotel è con loro, approfittando di questa pausa lavorativa (sebbene fittizia, dal momento che è un continuo invio di mail e ricezione di telefonate) e di una turista (io) con cui praticare il suo impeccabile inglese. 
La storia di quest’uomo ha davvero dell’incredibile: nato a Leros, fuggito da una realtà troppo piccola verso il sogno della città (Atene), e appena ritrasferitosi sull’isola con l’opportunità di realizzare il proprio progetto ambizioso nella terra natale.
Di fronte a quel mare e a quella splendida giornata la sua mente non può non distendersi, eppure non mi nasconde la difficoltà insita nell’essere tornato a vivere in una realtà piccola e chiusa come quella dell’isola. Ci sono momenti in cui vorrebbe riavvolgere il nastro e tornare indietro, anche se sono trascorsi appena 6 mesi dal suo rientro sull’isola.
Chi nasce su un’isola sviluppa questo fortissimo legame di amore e odio nei confronti delle proprie origini. 
A 18 anni non vedevo l’ora di andar via, fuggire da quella terra che non riconoscevo totalmente mia, e che vedevo come un limite alla realizzazione dei miei progetti e delle mie ambizioni. 
Adesso non so cosa darei per tornarci a vivere, pur consapevole che -se un giorno dovesse accadere- non sarà di certo l’esperienza più semplice della mia vita. 
Nelle mie vene scorre sangue “isolano”, di una realtà fatta di tradizioni, piccoli gesti, di un ritorno alla semplicità. 
La Sicilia ha il mare, la campagna, i tramonti, i muri a secco, il cibo, gli odori di un’isola… e i centri commerciali, le fabbriche, le autostrade di una realtà cosmopolita. 
Tradizione e modernità, lusso e semplicità. 
Sviluppo e crescita continua, esponenziale, da rendere -però- sempre più difficile la ricerca di un proprio ed esclusivo angolo di pace.
Alta densità abitativa, spiagge sempre affollate, suono del mare completamente avvallato dal rumore delle chiacchiere di fondo e delle radioline portatili.
In Sicilia sembra che, almeno al mare, sia sempre Agosto. 
La Grecia, per me, diventa -dunque- l’altro lato dell’isola: è l’altra mia isola. 

E’ l’isola che cerco quando ho il sogno di un momento di pace, di un luogo a stretto contatto con la natura, di un’esplosione dei sensi in cui l’olfatto riesce, finalmente, a prendere il sopravvento sulla sempre troppo utilizzata vista, e l’udito riconosce finalmente l’importanza del silenzio. 
Mi piace pensare alla Grecia come ad un posto in cui rifugiarmi quando sono in cerca di pace, in cerca di me stessa, delle mie origini.
Quando ogni singola parte del mio corpo reclama il diritto di esistere. 

Quando il sole accarezza la mia pelle, il cibo stuzzica il palato, il profumo dell’origano evoca i ricordi della mia infanzia, e quando gli occhi si perdono dietro alle mille cupole blu che si stagliano nel cielo rosso del tramonto. 
Insomma, di sicuro -nel mio futuro- ci sarà un ritorno alla realtà dell’isola, “cosmopolita” o sperduta che sia. Sperando che l’emozione riesca a colmare anche gli inevitabili angoli di vuoto lasciati dalla delusione, come quella che si legge nelle parole di Yiannis. 
Ma sono sicura che anche lui riuscirà a ritrovare presto la sua dimensione.  Del resto, come puoi non sentirti a casa con il vento che ti scompiglia i capelli, su una barca che mette prua in direzione di Macronissi, un altro dei gioielli dell’Egeo, situato a sinistra dell’isola di Lipsi?
E mentre sono li a scattare foto, a turno i vecchietti mi si avvicinano incuriositi -ormai- dalla presenza di questa forestiera in solitudine; qualcuno rispolvera i suoi rudimenti di italiano, qualcun altro si sforza a comporre frasi in lingua inglese, e qualche altro mi parla semplicemente nella sua lingua.
E il mio cuore si apre di fronte a tanta semplicità, di fronte a tanta bellezza: le nuvole di ieri sul mio umore sembrano completamente dissolversi. 
Il mio telefono si mostra all’altezza dell’arduo compito affidatogli, e la bellezza dell’isola che si dispiega davanti a me, durante la navigazione, è tale da farmi venire una gran voglia di esplorazione.
Ecco, è questo il momento in cui scatta la mia voglia di scoprire Leros e i suoi dintorni, di vivere a pieno questa vacanza, riempiendomi di “grecità” fino all’ultima delle mie ossa. 
Avevo bisogno di una scrollata, di una parola di incoraggiamento: sono bastate le coste semideserte della splendida Lipsi, davanti a me, a darmi la carica giusta per iniziare il mio soggiorno nel migliore dei modi. 
Ho voglia di scendere dalla barca e aggirarmi per le strade di Lipsi: ho visto scorci della sua costa puntellati da chiesette, stradine sterrate perdersi nel nulla.
Quando arriviamo al porto, mentre i miei compagni di escursione cercano un ristorante dove pranzare, io mi metto alla ricerca di un posto in cui noleggiare un mezzo per le prossime due ore a disposizione.
Capito, però, durante la pausa pranzo e tutto, intorno a me, è rigorosamente blindato. 
Decido, dunque, di mettermi in marcia verso la chora dell’isola, il cuore della città, tra quei vicoli che tanto mi sanno di casa. 

Ed è proprio così che mi sento in quel momento: sebbene lontana da tutti, io in quel momento mi sento a casa… da sola!
Non percepisco solitudine, non percepisco distanza, non sento la fame: ho solo voglia di esplorare quegli anfratti, fame di Grecia, sete di Lipsi.
Una signora mi ferma per strada, inizia ad investirmi nella sua stupenda lingua madre, ma si rende conto di quanto nulla io stia capendo. 
Allora si arma di pazienza e traduce il tutto in un semplicissimo inglese: scopro, così, che vuole sottoporre all’attenzione di tutti i turisti del posto il comportamento scandaloso della sua vicina di casa, che a quanto pare ama uccidere i gatti del quartiere per poi lasciarne fermentare le carcasse all’aperto, impuzzando il vicinato. 
Con mio stupore (e anche un pò di resistenza) mi porta fino a casa di un’altra vecchietta (forse la mamma, o la nonna, chi può dirlo) e mi fa vedere lo scempio attuato da questa signora.
Io sono senza parole, ma non ho grandi cose da poter fare per risolvere il problema: mi limito a prenderne atto, commento con frasi di circostanza e cerco di darmela alla larga prima che sia troppo tardi!

Ancora stordita, mi fermo al bar che c’è nella piazzetta all’interno della chora, e inizio a godermi la quiete. 
Ordino uno di quei beveroni che tanto piacciono ai Greci (caffè freddo con latte e ghiaccio), e scrocco la rete WiFi per avviare le mie ricerche sull’isola di cui sono ospite per qualche ora. 
Dal poco che ho visto, sono letteralmente innamorata di Lipsi, e scopro che -ben prima di me- ne subì lo stesso effetto niente di meno che Ulisse. 
Scovo foto di angoli meravigliosi, leggo la sua storia e decido che la prossima estate (2015, ndr) sarà una delle destinazioni del mio prossimo viaggio in Grecia.
Si, perché so già che tornerò a Leros… e, con essa, anche alla vicina Lipsi. 
Riprendo la strada per il molo, e alle 17 ci mettiamo in navigazione diretti nuovamente a Leros.
Ancora una volta, il profilo di Lipsi si staglia davanti ai miei occhi, e non posso che guardarla con tanta ammirazione subendone completamente il fascino selvaggio e desolato. 
Appena attracchiamo al porto di Agia Marina, sento la voglia di Leros scorrere dentro di me: l’escursione di oggi ha smosso il mio sangue, e la luce del tramonto accende in me la voglia di scoprire la terra su cui poggerò i piedi per i prossimi 6 giorni. 
Sento che qualcosa si muove: sarà forse il famoso sortilegio dell’isola? Quell’incantesimo per cui, una volta salpata, non vorrai più andare via?

La strada per il rientro al Canto delle Cicale prevede una sosta nei pressi del vecchio mulino adagiato sulle acque del mare. 
Ho un livello di eccitazione che non riesco a trattenere, voglio correre subito a casa di Franco e Franca e raccontare la grande giornata appena trascorsa. 
Ad attendermi, trovo la jacuzzi in funzione: il fuoco d’artificio finale è la luce del tramonto riflessa dagli alberi d’ulivo tutt’intorno. 
Sono in pace con me stessa, è la sensazione che speravo di poter provare. 

Per la cena, Franca mi invita a restare in casa con loro e i loro amici: spaghetti con le cozze, polpette di zucchine della signora Angela, tagliata di carne e strudel con le mele. 
Per finire, la musica della chitarra di Franco.
Oggi non potrei chiedere altro. 

 

GIORNO 3:
Dopo un’abbondantissima colazione a base del solito yogurt, che stamattina decido di accompagnare con marmellata di frutta e una fetta di ciambella fatta in casa, mi metto in viaggio per la zona nord dell’isola, lasciandomi sulla sinistra il piccolissimo aeroporto e, successivamente, la marina militare di Partheni. 

Poco più avanti, prima di arrivare a Blefouti, troverete le indicazioni per Agia Kioura, una piccola spiaggetta alle pendici della classica chiesa dalla cupola rossa, cui si accede attraverso uno sterrato abbastanza ripido, ma non sufficientemente da impedirmi di affrontarlo in sella al mio bolide.
Parcheggio sotto un albero e mi godo la tranquillità della spiaggia solo per me. 
L’acqua è trasparente, tutt’intorno il canto delle cicale.
Scelgo la mia postazione sulle rocce che fanno da contorno alla spiaggia, e apro il mio libro. 
Sto leggendo “Cento giorni di felicità”, di Fausto Brizzi. 
Malinconico e triste da morire: esattamente il mio genere.
Il protagonista scopre di avere davanti a sé soltanto 100 giorni da vivere ancora, a causa di un male ormai inespugnabile. 
Un fastidiosissimo dolore al fianco, cui non aveva -originariamente- prestato alcuna attenzione, riserva un’amara sorpresa. 
Inevitabile pensare al mio di dolore, che sembra proprio non voglia andar via: decido che, al rientro, mi sottoporrò a lastre ed ecografie. 

Dopo un paio di minuti, quando la lettura del libro entra nel vivo e le labbra sono schiuse a leggere ciò da cui gli occhi non staccano mai, neanche al voltar della pagina, un uomo si avvicina stendendo il suo telo accanto al mio (con tutta la spiaggia a disposizione?!), ed inizia ad intavolare un discorso sull’isola e le sue doti ammaliatrici. 
Mi dice di essere inglese, di Brighton se non ricordo male (o, comunque, giù di li) e di essere capitato quasi per caso su quest’isola, tanti anni prima, accompagnato dalla fidanzata dell’epoca. 
Su quest’isola ci è tornato l’anno dopo, e gli anni ancora a venire, con le nuove donne ma la stessa attrazione per un posto che l’ha spinto ad acquistare una casa e farne il suo rifugio dal mondo. 
Mi dà suggerimenti sulle escursioni, sui posti da vedere, ma poi il discorso cade sulle mie origini e sulla dominazione italiana dell’isola, e scopro che anche chi gli ha venduto casa ha origini italiane, e mentre ne parla mi rendo conto che del nostro Belpaese non ha, poi, una gran bella considerazione: preferisco evitare contrasti o inutili discussioni, in una splendida giornata di sole, e riapro il mio libro. 
Un tuffo e di nuovo in motorino, in direzione della spiaggia di Blefouti. 
Lungo la strada mi imbatto in un artigianissimo cartello scritto in greco, e deduco nelle vicinanze la presenza di una chiesetta chiamata Agios Nicolaos. Non chiedetemi come faccia a cogliere il significato di alcune scritte in lingua greca, se il greco a scuola non l’ho mai studiato: come direbbe lo psicoterapeuta americano Weiss, indubbiamente in una delle mie vite passate devo aver avuto origini elleniche. 
Che poi alla tesi della reincarnazione, io aggiunga anche l’affascinante ipotesi del mio arrivo in terra sicula, proprio ad Augusta, a causa dello tsunami provocato dall’esplosione del vulcano di Santorini, è tutta un’altra storia.
Eppure la mitologia potrebbe darmi ragione. 

Santorini, l’eruzione e lo tsunami: le onde di maremoto arrivarono anche in Sicilia!

Seguendo, dunque, il cartello (scritto, per altro, a mano) mi trovo su una strada sterrata leggermente in salita, che termina davanti ad un cancello di ferro. Chiuso. 
Davanti è parcheggiato un motorino, uno di quelli che -ho imparato- usano i pastori per seguire il loro gregge. 
Parcheggio di fianco a quel motorino e, munita di iPhone e treppiede, mi sposto più avanti, costeggiando lo splendido campo alla mia destra, che confina col mare. 
Dopo qualche metro, eccola li: stupenda nella sua posizione isolata da tutto e tutti.

Una pennellata di bianco e azzurro, a contrasto con il dorato della campagna circostante, e complementare alle sfumature del cielo che l’abbraccia da sopra, e del mare che la cinge di lato. 
Lo sguardo vaga alla ricerca di un pertugio che consenta il passaggio attraverso la recinzione, per raggiungere quella meraviglia da vicino. 
Sembra che sia completamente isolata, e provo a farmi capire dal pastore che risale dai campi, nella speranza che comprenda la mia intenzione di giungere fino a lì. 
Ma non c’è nulla da fare. 
Resto a contemplarla da lontano, nella sua enorme bellezza, e mi sento un tutt’uno col paesaggio che mi circonda. 
Ripercorro lo sterrato, fino a raggiungere il motorino, e mi metto nuovamente in marcia per la zona di Blefouti
Mi fermo a pranzare in una delle taverne sul mare, dove approfitto della connessione WiFi per far scoprire al mio piccolo mondo virtuale l’esistenza dell’ennesimo paradiso in terra ellenica, e mi rimetto in marcia costeggiando la spiaggia.
Arrivo al punto in cui lo sterrato divora l’asfalto: il mio personale limite da oltrepassare, alla ricerca di spazi sconfinati e gioielli segreti.

Mi allungo sopra un piccolo promontorio, dove vecchi bunker della guerra ospitano mandrie di capre al pascolo.
Mi guardano stranite, incuriosite da quel mostro a due ruote che, un attimo dopo, punta la ruota anteriore sul brecciolino lasciandomi a terra praticamente da ferma. 

Con non poca fatica sollevo la belva ruggente da terra, constato l’assenza di danni, e mi rimetto in marcia verso la spiaggia, al seguito di un pastore e del suo piccolo gruppo di capre. 
Parcheggio lungo uno spiazzo verso la fine dello sterrato, e mi affaccio su una spiaggetta deserta in cui due rocce formano una sdraio che sembra stia aspettando solo me.
Il posto ideale in cui riprendere una lettura fatta di sogni, speranze e progetti per un futuro, sebbene in scadenza. 

Sento la pelle che scotta sotto al sole e mi gaso per il colorito ormai più caffè che latte.
La voglia di esplorare l’isola e i suoi mille anfratti è troppa, e neanche il tempo di riprendersi dalla caduta di qualche ora prima, che la marmitta del bolide a due ruote torna ad accendersi e a percorrere un asfalto davvero rovente.
Sono alla ricerca di un sito archeologico che dovrebbe ospitare i resti del tempio di Artemide, sulla strada che rientra a Krithoni, appena superato l’aeroporto. 
Mi immetto nelle varie stradine, salgo e scendo dagli sterrati, ma del sito archeologico nemmeno l’ombra.
Individuo un’enorme distesa dove un paio di mucche masticano indisturbate quel poco verde che emerge dalla sterpaglia circostante.
Un paio di massi senza forma, e un cartello: tempio di Artemis.
Non l’avrei mai capito da sola. 
Riprendo la strada principale e, poco dopo, imbocco la strada asfaltata sulla sinistra, dove sono posizionate le luci che delimitano l’inizio della pista dell’aeroporto. 
Procedo qualche metro avanti, lascio l’asfalto per un piccolo pezzo di sterrato e, appena lo incontro nuovamente imbocco una strada piena di tornanti che mi porta in punta fino a Klidi, che non ho ancora capito cosa esattamente ospiti, se non strutture militari e antenne di vario tipo. 
Inutile farvi intuire il paesaggio, essendo la strada sopraelevata; altrettanto inutile dirvi di aver vissuto tutto ciò, ancora una volta, in perfetta solitudine. 

La strada per Krithoni prevede un’altra deviazione, sulla destra, all’altezza di Kokali.
Ed è da qui che si raggiunge la splendida chiesa di Agios Isidoros, su un istmo che la separa dalla terraferma. 
Dalla strada si vede una fila di lampioni che costeggiano un vialetto, fino ad arrivare davanti ad una scala che porta in cima alla chiesetta. 

Solo una coppia in visita con me. 
Quando vanno via, mi siedo nella parete di fianco all’ingresso, al riparo dal sole, e tiro fuori il libro per leggere in totale silenzio un capitolo che merita riflessione. 

Il vento soffia leggero, la luce del sole è più bassa.
Una vecchietta mi raggiunge fino in cima alla chiesetta e, intuisco, mi chiede se abbia bisogno di qualcosa prima che lei chiuda la porticina che dà accesso alla chiesa.
La saluto sfoggiando il mio splendido “yasas, kalinikta” e riprendo la strada per Gourna, individuando una cupola in rilievo, in mezzo alla campagna circostante. 
Cerco il modo di arrivare a questa piccola chiesetta con le pareti illuminate dalla splendida luce di un sole ormai tardivo, mi fermo su una delle due sedie poste davanti alla porta d’ingresso e familiarizzo col fantastico mondo dell’autoscatto. 

Nella strada del rientro, mi fermo a bere un frappè in un bar con vista diretta sul tramonto nel mare, e saluterò gli ultimi fasci di luce della giornata dalla tiepida acqua della jacuzzi del Canto delle Cicale. 
Per cena, decido di andare ad Alinda, alla ricerca del ristorante consigliatomi da mamma e papà De Gennaro, ma non essendo ancora esperta di quella zona, finisco per cenare nei tavolini in riva al mare dell’ahimè turistico Lambros
Ristorante esageratamente turistico, ti attrae con i suoi tavolini sulla spiaggia, di fronte allo splendido panorama di luci di Agia Marina con in cima il kastro. Cibo davvero poco accattivante e molto turistico.
Cerco di ordinare qualcosa di non eccessivamente stravagante (per non avere sorprese), e nel frattempo mi godo le luci del castello che sovrasta Agia Marina, proprio di fronte a me. 

GIORNO 4:
Il mattino ha l’oro in bocca… ma non per me, che approfitto di questa vacanza per ricaricare le energie che sembrano spente da anni!
Franca non si chiede più che fine abbia fatto, quando ancora alle 9 non scendo al tavolo per far colazione, e aspetta che faccia capolino da dietro la veranda per la solita abbondantissima (ed energicissima) colazione “ammazza pranzo”. 
Per la mattinata, ho in programma la visita al Kastro

Scendo in direzione di Platanos, e -sul versante opposto di fronte a me- una sfilza di mulini a vento sembra suggerirmi la strada per il castello. 
Li ho visti in cartolina, sulle pagine della guida e pure su internet: imbocco la prima stradina sulla sinistra, in direzione di Platanos e Pandeli, e risalgo -adesso- per quel versante, trovandomeli in bella mostra uno di seguito all’altro, ristrutturati ma pur sempre affascinanti, a far da apripista alla strada panoramica che raggiunge il castello. 

Poco prima di accedere al castello, sulla destra, una piccola chiesetta sovrasta l’intero golfo di Agia Marina: un missile di fianco all’ingresso, tinteggiato di rosso, ricorda ancora il periodo della guerra, nel caso dovesse sfuggirvi di mente. 

L’ingresso al castello, nel periodo di Giugno, è consentito solo la mattina: è gratuito per i Greci, a pagamento (pochi euro) per tutti gli altri. 
All’interno siete liberi di girare attorno alle mura (da cui si godono scorci di mare meravigliosi) e di visitare la chiesa della Panagia tou Kastro.  
Il sole inizia a farsi sentire, bello alto su un cielo limpidissimo. 
Decido di esplorare il litorale di Alinda, e mi spingo oltre, fino a Panagies e Dioliskaria
Una serie di spiagge si apre di fianco a me, ho solo l’imbarazzo della scelta.. e ovviamente opterò per la solita spiaggia deserta e silenziosa. 

Trascorro le ore più calde della giornata in compagnia solo di qualche cicala; l’acqua del mare è invogliante ed energizzante, nella sua freddezza. 
Ancora una volta, la colazione di mamma Franca è servita a darmi la carica ben oltre la mia sveglia. 
Avverto solo una leggera arsura, che in realtà è più voglia di uno dei fantastici bibitoni alla “greca”, perciò risalgo in sella al mio bolide e mi fermo in uno dei tanti baretti che costeggiano la spiaggia di Alinda, per un frappuccino ghiacciato e la lettura delle pagine di questo libro così intrigante in compagnia di un leggero venticello. Non tanto leggero, però, da impedirmi di rovesciare il bicchierone appena portato al tavolo anche sulle mie scarpe. 
Tante scuse al gestore del locale che, con l’accoglienza tipica delle persone di questo posto, si ripresenta dopo un paio di minuti al mio tavolo con un altro bicchierone identico… omaggiato dalla casa!
Trascorro forse un’oretta, o anche più, in compagnia del frappuccino e delle pagine di “100 giorni di felicità”: sembra che il tempo, su quest’isola come in tutte le isole greche, segua un percorso tutto suo.

Le giornate sono attimi di tranquillità infinita, le cicale ti accompagnano dal suono della sveglia fino all’ultimo raggio di sole, e i tramonti sono spettacoli che staresti intere ore a guardare. 
Se non fosse per l’orologio che ho al polso, perderei davvero la cognizione del tempo. 
Questa sera non posso tardare: in casa De Gennaro hanno organizzato una serata a base di pizza cotta nel forno a legna, e -oltre ai genitori di Davide- l’unica invitata a prendere posto in una delle fantastiche sedie colorate sono proprio io!

Il sole tramonta così, tra l’odore della legna che scoppietta e la farina che sparge nell’aria il profumo delle spore lievitanti. 

Una vera e propria danza si svolge sotto la tettoia adibita a cucinino esterno, dove Franca stende la pasta precedentemente lievitata, Anna condisce ogni singolo panetto con amore e tanta cura, e Franco ne segue la crescita davanti al fuoco. 
Io e Angelo aspettiamo pazientemente di poter gustare il prodotto finale…

GIORNO 5:
Per il mare di oggi, scelgo di tornare verso la parte meridionale dell’isola, ma prima decido di seguire le indicazioni per Patelo, a pochi metri da Krithoni e dalla stradina che porta al Canto delle Cicale. 

Sulla destra mi si apre qualche tornante e finalmente raggiungo un piccolo borgo dal sapore ancora autentico, di Grecia fatta di case candidamente bianche, infissi verdi e azzurri e marciapiedi grigi. 
Il motorino scorre leggermente più a sud, in direzione di Platanos e poi Pandeli, fino a riprendere la strada in direzione di Merikia. 

Sono ancora una volta nella serie di tornanti che, a destra, gettano lo sguardo su un mare incantevole ed incredibilmente piatto, e a sinistra abbracciano una vegetazione di arbusti colorati e profumati. 
Scorgo il cartello che indica la spiaggia di Kokkina e Porcelana; decido di non avventurarmi per la discesa sterrata in motorino, e lo lascio parcheggiato all’ombra dell’albero che sta in cima. 

5 minuti di discesa e arrivo in uno dei paradisi sulla terra: la spiaggia, di sabbia dorata, è contorniata da 3 alberi che fanno ombra alle 2 coppie presenti e alla nuova arrivata… me.
Decido di stendere il telo sotto il sole, rinunciando al refrigerio dell’unico albero rimasto libero ad aspettarmi. 
Me ne pentirò dopo un’ora, quando ad occupare quello spazio di refrigerio, silenzio e quiete sarà una coppia di francesi caciaroni, che spezzeranno bruscamente l’atmosfera da “isola deserta” condivisa da me e gli altri 4 ospiti della spiaggia.
È qui che capisco come, tante volte, anche il silenzio abbia un ruolo fondamentale non solo in società, ma perfino all’interno della coppia stessa. 
Di fronte ad un panorama del genere, al canto delle cicale e al ronzio degli insetti, bisognerebbe saper chiudere gli occhi e ascoltare… anziché cominciare a parlare chiaramente di lavoro (non so il francese, ma tanti termini sono simili a quelli della nostra lingua, e messi insieme non puoi non dedurre il senso di un discorso), a toni anche abbastanza elevati, avrebbero fatto meglio a godersi quell’angolo di tranquillità… o, per lo meno, a fare in modo che anch’io e gli altri 4 ospiti continuassimo a godercelo serenamente!
Letteralmente innervosita (davvero non avevo mai avuto percezione del fastidio che potesse dare un silenzio, appositamente ricercato, così bruscamente interrotto), mi immergo in quelle acque da sogno e trovo il mio posto al sole vicino alla riva, distesa sul brecciolino e refrigerata dall’acqua.

Intorno alle 15 mi metto in marcia verso Xirokampos, dove c’è la famosa chiesa della Madonna del Granchio (Panagia Kavouradena).
Arrivo allo spiazzo dov’è indicata la chiesa, e davanti a me si apre uno sterrato.
Non resisto alla tentazione di percorrerlo fino in fondo (con un pizzico di paura), d’altronde ho letto da altri diari di viaggio che il panorama al termine di quello sterrato valga davvero la pena.

Mi ritrovo, così, in un punto totalmente deserto, in mezzo a terra e pietruzze, dove l’odore degli arbusti diventa avvolgente e il sole sembra tuffarsi nella distesa di azzurro sottostante. 
E mi sento libera… ho voglia di gridare al vento questo mio stato.
Sono felice come non mai, mi sento figlia di questa natura che mi circonda, mi sento parte di questo piccolo micro cosmo.
E sono sola! Sola con me stessa, senza paura di perdermi, senza paura di essere infelice, insoddisfatta…
Sono me alla massima espressione. 

Torno indietro verso la chiesa, parcheggio il motorino e spingo il cancelletto che segnala l’ingresso. 
Mi aspetto di trovare qualcuno in visita alla chiesetta, invece anche qui regna il deserto. 
E io mi carico di emozione.

Di fronte a me, incastonata sotto a uno scoglio, si apre una porticina che dà accesso ad una piccola chiesa a due passi dal mare. 
Poco più in alto una panchina immersa nella fitta vegetazione circostante. 
Spira un leggero venticello, tutt’intorno è un’oasi di pace e silenzio assoluto.
Decido che quella sarà la panchina in cui leggerò le ultime pagine di un libro che ha toccato le più estreme corde della mia sensibilità: non posso che salutare il protagonista di quelle pagine in un contesto così suggestivo, in cui le lacrime verranno spazzate dal vento e i singhiozzi mai uditi da nessuno. 

Sulla strada del rientro verso Lakki, decido di imboccare tutte le stradine secondarie (sterrati inclusi, ovviamente) per scoprire la zona circostante. 
Mi trovo, così, davanti a chiese disperse nel nulla, vasti terreni incolti, case di famiglie locali e un panorama mozzafiato sul golfo di Lakki, e il suo tristemente famoso ospedale psichiatrico. 
La cattiva fama dell’isola è, infatti, dovuta alla reclusione -in passato- nel suo ospedale di tanti malati psichiatrici provenienti un po’ da ovunque, come se l’isola fosse stata un’altra Asinara o la Shutter Island di Leonardo Di Caprio, per intenderci. 
Questo finchè un documentario rese note le condizioni di “prigionia” di tali malati, liberando l’isola da questo fardello, ma -purtroppo- non ancora dalla sua macabra fama. 
Lakki è il centro più grosso dell’isola, la “Portolago” degli italiani, che così la chiamarono durante la guerra. 
Casermoni ed edifici diroccati rendono il panorama spettrale e deprimente, ancor più degli ampi viali ricoperti di negozi di souvenir a mò di una Rimini anni ’60. 
Forse ho capito il senso di quelle recensioni così agguerrite sull’isola: sono le parole di chi sbarca a Leros senza mai andare oltre la triste marina di Lakki. 

Rientrando verso Krithoni, mi soffermo ad ammirare il lungo mare di Agia Marina, e mi fermo a prendere un gelato nella piazzetta poco sopra. 
Due bar hanno i loro tavolini proprio davanti alla piazza, e qualche vecchietto siede lì a contemplare la vita che si svolge davanti ai suoi occhi.
Come quella della ragazza che entra in un bar, prende il suo gelato e si accomoda al tavolino di fianco: non parla Greco, è evidente, e uno dei vecchietti di fianco le si rivolge in italiano chiedendole da dove venga. 
Succede, poi, che questa ragazza si avvicini al suo motorino e provi a metterlo in moto per andare via, ma che fallisca nel tentativo tragicomico di manovrare, alternativamente, pedalino manuale e manopola di accensione automatica.
La ragazza sono io… e in mio soccorso, acclamato a gran voce dal mio pubblico fedele di vecchietti, arriverà il ragazzo del negozio di souvlaki di fronte. 
Mi rende in mano un motorino funzionante, e non posso che elargire sorrisi al pubblico che ormai applaude, oltre che al mio salvatore. 
Imbarazzatissima torno al Canto delle Cicale, e immersa nella jacuzzi penso che ormai sia quasi ora di rientrare in Italia.

Mi pervade una tristezza immane, ho la tentazione di chiedere qualche giorno di aspettativa, in modo da prolungare i miei giorni di sosta sull’isola. 
Non posso rinunciare a questi odori, al verso delle caprette che fanno rientro agli ovili poco sopra, alle luci di un piccolo villaggio adagiato sul porto che iniziano ad accendersi. 
Ma, soprattutto, non voglio rinunciare a sentirmi come adesso: me stessa al 100%, in un ritorno alle origini e alla semplicità, in un posto di mondo chiamato Grecia. 

Per cena seguirò le indicazioni di Franco e Franca, a Vromolithos da Dimitris “o Karaflas”: consigliata da gente del posto, decido di assaggiare i decantati spaghetti ai ricci, molto gustosi seppur conditi alla maniera greca (con molto aglio). Porzioni abbondantissime, pure negli antipasti, che consiglio di dividere con i vostri commensali per evitare di rovinarvi l’appetito con i piatti a seguire. Spanakopita e spaghetti ai ricci: e la tristezza sembra dissolversi un pò. 

GIORNO 6:
L’ultimo sull’isola. 
Decido di visitare il museo della guerra a Merikia: un tunnel sotterraneo pieno di oggetti dell’epoca, uniformi, borracce, lettere, distintivi e video sull’assalto tedesco all’isola dominata dagli Italiani. 
Poco più in là, nello sterrato, una scalinata dà accesso ad una graziosissima chiesetta in cui non posso fare a meno di scattare qualche foto. 

Prima di pranzo mi spingo, nuovamente, verso Kokkina e la sua splendida spiaggia nascosta: trovo le stesse persone del giorno prima, ma fortunatamente non la caciarosa coppia di Francesi. 
Oggi decido anche di violare il mio tacito accordo di divorzio dal pranzo, e mi fermo al bar che si trova poco dopo l’ingresso al museo della guerra, con una splendida vista sul mare. 

Mi lascio consigliare da un ragazzo che parla un italiano impeccabile (scoprirò che in inverno lavora a Roma), e provo qualche piatto preparato da sua mamma. 
La strada prosegue, poi, attraversando Tourkopigado e Vromolithos, fino a tornare alla spiaggia deserta di Dioliskaria di qualche giorno prima.
Lì, libro alla mano (uno nuovo e meno triste, questa volta), mi godo qualche ora di puro relax e fisso la tintarella sulla mia pelle. 

Ultimo beverone della vacanza nei tavolini in riva al mare del ristorante Lambros (che fa anche da bar), ultima immersione nella splendida jacuzzi di casa De Gennaro e ultima cena sull’isola da Spyros, a Dioliskaria.
Splendido lo scenario in cui la taverna ospita i suoi clienti, in prossimità della spiaggia di Dioliskaria, con le luci di Agia Marina e il kastro proprio di fronte a voi. Ottimo il cibo e il servizio

Le luci del castello e di Agia Marina sembrano piangere, con me, per l’imminente partenza.
Saluto affettuosamente papà Franco e mamma Franca, e compilo il loro bellissimo libro per gli ospiti. 
Mi affaccio dalla finestra della mia camera e osservo la baia illuminata in un caldo abbraccio che si protende verso il mare. 
A presto, mia cara Leros… sei stata una piacevolissima scoperta.

P.S.: se vi foste chiesti che fine abbia fatto il mio dolore al fianco…. beh, sparito al ritorno dalla mia vacanza greca…. la Grecia guarisce proprio ogni male <3

 

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